Le RAZZE non esistono: le PROVE vengono dai GRUPPI SANGUIGNI

RAZZE: catalogare fa parte della natura umana...ma discriminare è valutare in base alle differente che riscontriamo

RAZZE: catalogare fa parte della natura umana...ma discriminare è valutare in base alle differente che riscontriamo

Lo studio delle razze umane sembra essersi sviluppato assai precocemente nelle società umane e i primi esempi li possiamo trovare in Egitto. Infatti, da alcune scritte rinvenute su una stele, sembra che, già da allora, si cercava di classificare,e quindi discriminare, in base al colore della pelle, le diverse popolazioni umane. Così veniva scritto nel lontano XIX secolo a.C.:

“Frontiera Sud. Questo confine è stato posto nell’anno VIII del Regno di Sesostris III, Re dell’Alto e Basso Egitto, che vive da sempre e per l’eternità. L’attraversamento di questa frontiera via terra o via fiume, in barca o con mandrie, è proibito a qualsiasi nero, con la sola eccezione di coloro che desiderano oltrepassarla per vendere o acquistare in qualche magazzino”.

Erodoto (V secolo a.C.), padre dell’antropologia, descrisse nei particolari i costumi, la posizione geografica, l’aspetto fisico di numerosi popoli basandosi anche su leggende e superstizioni.

Anche tra gli antichi Greci e Romani ci si riferiva agli stranieri con disprezzo usando come nomignolo ‘barbari’, cioè balbattanti e distinguevano le popolazioni umane in base al colore.

Ma fu con Aristotele, nel IV sec. a.C. che si ebbero le prime classificazioni tassonomiche, mentre fu Plinio il Vecchio, circa 3 secoli dopo (I sec. d.C.) ad imputare le differenze climatiche dei paesi di origine come causa diretta delle differenze fisiche tra le popolazioni europee e quelle africane.

Fu però nel Settecento, con un maggior numero di conoscenze geografiche, che nacque, insieme all’interesse per la classificazione di piante (Linneo, 1707-1778) e animali (J. F. Blumenbach, 1752-1840, anatomista), anche quello di distinguere le diverse razze umane.

Fu proprio J.F. Blumenbach il primo ad affermare che la razza umana era unica, divisa in 5 varietà in base alla collocazione geografica delle loro popolazioni: caucasica, mongolica, etiopica (africani), americana e malese (Sud Est asiatico e Oceania); inoltre riteneva che il bianco fosse il colore originario della specie umana.

Visto che il colore della pelle è la caratteristica più appariscente, sembra che il razzismo, o orgoglio di gruppo, si sia originato con l’umanità stessa.

e’ durante il periodo coloniale, nel XVIII secolo, che si cominciò a parlare di razzismo, in modo da dare basi scientifiche, con base genetica, sull’inferiorità sociale dei popoli colonizzati, dandogli l’alone di missioni di soccorso verso popoli bisognosi.

All’inizio dell’Ottocento, furono suggeriti altri sistemi per distinguere le razze umane.

L’anatomista svedese Anders Retzius (1796-1860), introdusse un criterio di classificazione delle razze più ampio: l’indice cefalico, che consiste nel rapporto tra lunghezza e larghezza del cranio possibile da applicare in modo semplice anche su fossili, anche se, dopo la seconda guerra mondiale, era suscettibile a variazioni ambientali a breve termine.

La forma più esasperata di razzismo scientifico, sviluppatosi in ambito universitario tra le scienze naturali e sociali dell’epoca, si raggiunse nel XIX secolo, in America per giustificare la schiavitù della razza nera e in Europa per giustificare la decadenza della società, distorcendo la teoria evoluzionista di Darwin e appoggiandosi al positivismo.

Espressione di questa forma di razzismo sono le opere del conte Joseph Arthur Gobineau, nel suo Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane e H. S. Chamberlain in Germania, la cui idea di base era che la razza tedesca fosse l’unica razza superiore, discendente dal mitico popolo degli ariani.

Fu così che nacque quella pseudoscienza che prese il nome di eugenetica (buona discendenza) che mirava alla preservazione della purezza del patrimonio genetico dei popoli “bianchi” imponendosi contro matrimoni misti per evitare la nascita di bambini impuri.

Secondo queste teorie si potevano classificare le razze umane con si classificano gli animali, quindi introducendo un criterio evoluzionistico, quindi con razze evolutivamente ed intellettualmente superiori e razze inferiori, ponendo la razza bianca al massimo livello di evoluzione raggiunta dalla specie umana.

Così per oltre mezzo secolo sembrava che il concetto di razzismo fosse alimentato per scopi politici, più che per fini scientifici, in quanto, scientificamente parlando, non si avevano prove universalmente condivise.

Cosicchè sul puro nulla si sono fondati principi di esclusione razziale quali la schiavitù e il colonialismo e lo sterminio di massa.

Fu solo quando, nel 1950, quando l’UNESCO pubblicò la «Dichiarazione sulla razza» che il razzismo scientifico uscì dal panorama politico internazionale, benchè ancora oggi siano riproposte da minoranze politiche estremiste, che applicano la discriminazione, più che alivellobiologico, ormai universalmente rifiutato, l’elemento culturale, filologico e linguistico.

LE RAZZE

“le razze umane non sono abbastanza distinte tra loro da abitare la stessa regione senza fondersi; e l’assenza di fusione offre la prova usuale e migliore della distinzione tra specie”. Charles Darwin

Già all’inizio dell’800 si iniziava a ritenere che l’opinione che la razza fosse puramente un concetto ipotetico era l’unica idea accettabile, in quanto era raro individuare in un singolo soggetto tutti i tratti caratteristici di una stessa razza.

E’ in tale dialogo che si inserisce il libro di Charles Darwin (1809-1882) L’origine dell’uomo e la scelta in rapporto al sesso (1871), concludendo che la razza umana è unica, poichè “ogni razza confluisce gradualmente nell’altra” .

Sootolineò inoltre come le differenze più vistose sono in realtà irrilevanti e che per caratteri di maggior interesse in realtà vi era una certa uniformità nelle varie popolazioni umane. La difficoltà di classificazione, che distingueva da 2 a 63 gruppi umani, è una prova lampante dell’unicità della razza umana.

La variabilità sembra essere determinata da un diverso impatto selettivo che subiscono popolazioni di diverse regioni della Terra e alla selezione sessuale.

Quando però Darwin pubblicò “L’origine delle specie”, benchè si fosse già affermata l’idea di continuo mutamento degli esseri viventi, ci fu generale scalpore nell’idea che tutti gli organismi potessero, risalendo indietro nel tempo, essere visti come pronipoti di un progenitore comune.

Fu l’antropologo americano Franz Boas ad opporsi strenuamente contro ogni forma di razzismo sia genetico che culturale, il, quale interessandosi di geografia umana e culturale, fu condotto al tipo di studi che lo accompagnarono per tutta la vita.

Oggetto dei suoi interessi era soprattutto la geografia umana o culturale e ciò lo condusse logicamente alla nuova disciplina dell’antropologia, interesse dettato dai suoi numerosissimi viaggi che lo portarono a contatto con popolazioni quali gli eschimesi e gli indiani KwaKiutl (costa orientale canadese), che lo portarono ad analizzare analogie e differenze delle popolazioni in base al loro habitat.

Inoltre organizzò e prese parte ad una spedizione volta a verificare l’ipotesi di uno stretto legame tra popolazioni e culture nordasiatiche e del nord-ovest americano.

Il libro “L’uomo Primitivo” di Franz Boas può essere considerato il suo libro più popolare; pubblicato nel 1911, dal momento della sua comparsa divenne bersaglio preferito dei sostenitori della tesi della superiorità razziale (fu uno dei volumi che i nazisti diedero alle fiamme il 10 maggio 1943). Così scriveva:

“… abbiamo dimostrato che la forma corporea non può essere stabile in senso assoluto e che le funzioni fisiologiche, mentali e sociali, dipendendo dalle condizioni esterne, sono assai variabili, tanto da non sembrare plausibile un’intima relazione tra razza e cultura.”

“Non c’è alcuna differenza fondamentale tra il modo di pensare dell’uomo primitivo e quello dell’uomo civile. Né s’è mai potuto accertare uno stretto rapporto tra razza e personalità. Il concetto di tipo razziale quale si ritrova comunemente anche nella letteratura scientifica è fuorviante e richiede una nuova definizione sia logica che biologica”.

La tesi più geniale fu quella per cui razza, linguaggio e cultura sono variabili indipendenti, ossia che ad una stessa razza può corrispondere una o altra lingua una o altra cultura.

Analizzando le differenze fisiche tra soggetti emigrati e parenti rimasti nelle terre d’origine riuscì anche a viusalizzare chiaramente gli effetti ambientali a breve termine sui tratti somatici ereditari.

È stato però necessario attendere che la genetica si sviluppasse. Fu quindi solo inseguito all’impulso dato dalle leggi di Mendel, che si potè porre il problema dell’evoluzione in termini di geni, cromosomi e mutazioni (a partire dal 1920-1930).

Uno dei pionieri in questo campo fu Ludwik Hirszfeld (1884 – 1954) che, tra il 1907 e il 1911, intraprese uno studio sui meccanismi che regolano l’ereditarietà dei gruppi sanguigni ABO.

Fu nel corso della Prima Guerra Mondiale che ebbe l’occasione di verificare come la distribuzione dei tipi sanguigni A e B variava tra i soldati di diversa provenienza e propose un indice biochimico per distinguere le popolazioni sulla base di questi due antigeni.

Egli riconobbe per primo che la chiave per ricostruire una storia biologica dei popoli e degli individui andava ricercata in sottili differenze chimiche presenti nelle cellule, trasmesse in modo ereditario.

L’immunologo americano W. Boyd, negli anni ’30, sfruttò le informazioni relative alle frequenze geniche del sistema ABO e di altri gruppi sanguigni (MN e P; il sistema RH fu scoperto nel 1940) per ricostruire la storia evolutiva della specie umana e la differenziazione delle razze.

I polimorfismi del sangue sono stati i primi ad essere introdotti nello studio della storia umana, ma esistono molti altri polimorfismi, che possono aiutare per lo stesso scopo.

La ricostruzione dell’albero filogenetico universale, basandosi su eventi quali i principali flussi di espansione e separazione dei diversi gruppi etnici, è stata permessa soprattutto grazie alla genetica e alla biologia molecolare. Considerando che, a parità di altri fattori, imaggiore è il tempo trascorso dalla separazione di due popolazioni maggiore è la differenza nel corredo genetico, noi possiamo datare storicamente quando due gruppi etnici si sono separati.

Un grande contributo in tal senso è stato dato da Luca Cavalli–Sforza il quale, dal 1991, ha portato avanti un programma sullo studio della diversità del genoma umano, che punta a ricostruire, la mappa di tutte le popolazioni umane attraverso l’analisi del DNA mitocondriale.

Il suo immane lavoro era volto alla determinazione di quale fosse il luogo di origine della specie umana, e si concretizzò nel 1994 con The History and Geography of Human Genes.

Tale scopo ha richiesto un lavoro preliminare di catalogazione. Infatti dal 1977, insieme ad altri studiosi iniziò ad annotare le informazioni sulla distribuzione geografica di ogni singolo carattere ereditario per tutte le popolazioni un gran numero di popolazioni. E’ stata creata la banca dati più completa al mondo con informazioni su più più di 100 caratteri rilevati da circa 3000 campioni per 1800 popolazioni diverse, cartografando la distribuzione di centinaia di geni, per dedurre dal confronto delle mappe le linee filogenetiche delle popolazioni, permettendo, così, un’analisi della distanza genetica tra le diverse popolazioni, basandosi sulla frequenza allelica dei singoli caratteri.

Tutto questo lavoro ha portato alla determinazione che tutti gli uomini moderni erivano da un unico gruppo di uomini che tra i 60.000 ed i 100.000 anni fa comparve in Africa, e da lì, attraverso lo stretto di Suez, entrarono in Medio Oriente.

La teoria dell’origine africana della nostra specie si basa sull’osservazione che la distanza genetica tra africani e non-africani supera quella calcolata in tutti gli altri raffronti tra differenti popolazioni geografiche umane. Questo albero genealogico è stato quindi confrontato con dati demografici, archeologici e linguistici, arrivando alla sorprendente conclusione che l’albero genetico e quello linguistico coincidono quasi perfettamente (fatto già previsto da Charles Darwin).

Il numero di geni presenti nel corredo genetico umano è stimato ad un valore compreso tra gli 80.000 ed i 130.000 geni, mentre il numero di geni che controllano il carattere colore della pelle è 3 o 4. È quindi assurdo definire le razze in funzione di un così ridotto numero di geni.

Lasciamo parlare i Grandi:

“I gruppi che formano la popolazione umana non sono nettamente separati, ma costituiscono un continuum. (…) Razzismo significa attribuire, senza alcun fondamento, caratteristiche ereditarie di personalità o comportamento a individui con un particolare aspetto fisico.“.

“La parola razza stava a significare un sottogruppo di una specie distinguibile da altri sottogruppi della stessa specie. [...] Le migrazioni frequentissime hanno creato una continuità [genetica] quasi perfetta. [...] Usiamo invece il concetto di popolazione, che non è biologico, ma statistico: è un gruppo di individui che occupa un’area precisa, qualunque essa sia” Cavalli-Sforza

” Pensiamo che la scienza sia obiettiva … La scienza è modellata dalla società perché è un’attività umana produttiva che richiede tempo e denaro e dunque è guidata e diretta da quelle forze che nel mondo esercitano il controllo sul denaro e sul tempo … le forze sociali ed economiche determinano in larga misura ciò che la scienza fa e come lo fa”. Lewontin

Cos’è un polimorfismo?

Per polimorfismo si intende una qualsiasi variazione a carico del DNA che mostra una variabilità all’interno di una popolazione. Dopo i gruppi sanguigni, più facili da studiare, prima dell’avvento della biologia molecolare, altri tipi di polimorfismo sono stati introdotti diversi tipi di studi: nel 1970, dopo la scoperta degli enzimi di restrizione, si faceva riferimento a varianti sulla lunghezza dei frammenti di restrizione, poi si scoprirono delle brevi sequenze di basi ripetute (STR, short tandem repeat) il cui numero variava da persona a persona, ma è trasmesso geneticamente in modo mendeliano, mutazioni puntiformi.

Essi però non risultano stabili nel tempo, perchè soggetti a mutazione e sono influenzati nelle loro frequenze dagli stessi fattori che influenzano i caratteri fenotipici: la selezione naturale (compresa la selezione sessuale), la mutazione, la migrazione e il caso.

Si parla di polimorfismo se, su uno stesso locus genico insistono più varianti (o alleli) che, all’interno di una popolazione hanno una frequenza maggiore dell’1%.

Ma come si generano queste varianti? per mutazione, benchè questa, di per sè, non influisca sulle frequenze alleliche, ma ha lo scopo solo di introdurre la variabilità per un determinato locus poi sono altre le forze che sono in grado di far affermare tale mutazione in una popolazione: quali la selezione naturale e la deriva genetica, nonchè le migrazioni.

La selezione naturale comporta che un certo numero di individui possa avere un genotipo che meglio si adatta alle condizioni ambientali in cui si sviluppae quindi avrà più probabilità di sopravvivere e di riprodursi, quindi avrà una fitness maggiore, secondo il concetto introdotto da darwin e Wallace al momento della formulazione della teoria evoluzionistica. Aumentando la prole di questi individui, il pool di alleli derivanti dalla loro progenie sarà maggiormente significativo rispetto ad individui le cui caratteristiche sono meno confacenti all’ambiente.

E’ questa tendenza alla selezione che ha portato all’aumento, in certe regioni della terra, di malattie genetiche, in quanto gli eterozigoti risultano maggormente resistenti ad alcune malattie che imperversavano, o imperversano tutt’ora, nelle regioni in cui si registra la maggiore incidenza. Questo è il caso dell’anemia falciforme, il cui allele ha una frequenza molto alta nelle popolazioni dell’Africa Occidentale in cui la malaria miete numerose vittime; della malattia di Tay-Sachs, il cui allele è assai frequente nelle popolazioni ebraiche dell’Europa dell’Est, i cui eterozigoti sembrano molto resistenti alla tubercolosi; la cibrosi cistica, il cui allele ha una frequenza elevata nelle popolazioni di origine europea, ma i cui eterozigoti sembrano contrarre una forma più blanda di colera, e così via.

Ma abbiamo detto che anche la migrazione può influenzare le frequenze alleliche, in quanto individui che si spostano portano con sè il loro patrimonio genetico sottraendolo alla popolazione di origine e andando ad arricchire il patrimonio genetico della popolazione in cui vanno ad inserirsi. Gli alleli portati dai soggetti migranti saranno selezionati in base alla loro capacità di adattarsi al nuovo ambiente. Le barriere al flusso genico possono essere fisiche (quali montagne o mari) o sociali (quali la lingua), infatti l’incomprensione linguistica può essere il motivo per cui individui migranti non si uniscono con la popolazione ospite.

La deriva genetica è la forza più catastrofica di selezione allelica, perchè, a differenza delle altre determina una variazione indiscriminata delle frequenze alleliche, senza una vera e propria selezione. In questa categoria abbiamo l’effetto del fondatore e il collo di bottiglia. Nel primo caso abbiamo che un piccolo gruppo di individui vanno a colonizzare un territorio: il patrimonio genetico di questa micropopolazione è assai ridotto e c’è probabilità di incroci tra consanguinei, quindi le frequenze alleliche di tale popolazione saranno molto diverse da quelle della popolazione di origine. Nel secondo caso dobbiamo porre, invece, il caso di una catastrofe, la quale non discrimina tra i diversi alleli, quello più o meno adatto, ma porta alla morte una serie di individui in modo del tutto casuale, e con loro, sottrae dal pool genetico un certo numero di alleli, andando ad alterare la frequenza allelica della popolazione.

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4 Comments for “Le RAZZE non esistono: le PROVE vengono dai GRUPPI SANGUIGNI”

  1. 1Finazio

    Non solo le razze non esistono, ma l’ultimo popolo al mondo che dovrebbe essere razzista è quello italiano, considerando che nei letti delle nostre ave tranne i pellerossa americani sono passati praticamente tutti.

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